Mhiala ed Elias – La leggenda del cisto
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Nelle antiche terre di Sardegna, dove la nebbia danza tra le colline di granito e il vento canta tra i sugheri, viveva un giovane pastore di nome Elias. Ogni giorno conduceva il gregge tra brughiere profumate di mirto, coltivando un cuore gentile e sognatore. Sua madre gli raccontava delle domus de janas, grotte segrete dove, si diceva, abitavano fate misteriose. Elias cresceva con quelle leggende sospese tra timore e meraviglia. Una sera di primavera, mentre il sole calava alle spalle dei monti, Elias radunava il gregge vicino a un ruscello. All’improvviso, scorse una piccola barca di legno chiaro dondolare nell’acqua. Ne discesero figure sottili, bellissime, dai capelli lucenti e vesti leggere color del tramonto: le janas. Elias si nascose, incantato. Tra loro, una rimase indietro. Aveva capelli neri come la notte e occhi grandi, malinconici. Elias, nel tentativo di vederla meglio, calpestò un ramo secco. Le fate svanirono in un lampo. Solo l’ultima esitò un istante, incrociando il suo sguardo con quello del giovane pastore: non c’era odio nei suoi occhi, ma stupore. Poi anche lei svanì. Il mattino seguente, Elias tornò al ruscello. Non sperava davvero, ma sperava lo stesso. Quando lei riapparve, il cuore gli balzò in gola. «Mi hai visto ieri notte?» chiese la fata. Si chiamava Mhiala, e aveva deciso di tornare. «I tuoi occhi erano buoni», gli disse, «come quelli di un cerbiatto.» Iniziarono a incontrarsi in segreto. Ogni sera, Elias portava il gregge vicino alla valle, sperando in quel breve momento insieme. Mhiala gli parlava del suo mondo incantato; lui condivideva la semplicità della sua vita. Le lucciole danzavano attorno a lei, e le sue risate, leggere come campanelli, diventavano il suono più caro a Elias. Ma il loro amore era proibito. La Jana Maista, sovrana delle janas, vietava ogni legame con gli umani. Mhiala doveva nascondere ogni traccia dei loro incontri: una piega nel vestito, un filo d’erba nei capelli, un sorriso di troppo. Ma le altre janas cominciarono a sospettare. Mhiala stessa tremava, sapendo che la sua felicità aveva un prezzo. Una notte, sotto la luna, Mhiala pianse tra le braccia di Elias. «Ti amo,» gli disse, «ma temo il risveglio. Il nostro amore è un sogno sul filo dell’alba.» Elias la strinse forte. «Anche se tutto il mondo fosse contro di noi, io non ti lascerò.» Ma l’alba portò la fine. Quella mattina Mhiala fu sorpresa di ritorno nel mondo delle janas. Jana Maista la attendeva. Senza bisogno di parole, la Regina comprese. Le janas si disposero in cerchio, come per isolarla. Mhiala pianse e implorò, ma non servì. «Hai disobbedito alle antiche leggi», disse la Regina. «Per questo, perderai la tua forma fatata.» Mhiala fu colpita da un incantesimo. In pochi istanti, la sua figura svanì e al suo posto crebbe un cespuglio di cisto, dai petali spiegazzati come la veste che indossava. Era la punizione: restare per sempre muta, ma visibile, memoria vivente di un amore proibito. Elias, intanto, si era svegliato solo. Sentì l’eco di un grido lontano, e il cuore gli crollò nel petto. Corse attraverso il bosco fino alla radura, ma trovò solo le janas, e al centro Jana Maista. Mhiala non c’era. Solo un cespuglio tremante lo attirò. «Mhiala…» sussurrò. Lo capì subito, con il cuore prima che con la mente. Si avvicinò al cespuglio e vi si accasciò accanto, stringendone i rami come avrebbe stretto lei. Jana Maista lo respinse con un vento arcano. «Sii maledetto, umano. Questo è il destino di chi ama una jana.» Una a una, le fate svanirono tra i veli dell’alba. Elias restò solo. Piangendo, baciò i petali del cisto. Le sue lacrime bagnavano il terreno. Il sole sorse, illuminando la radura dove ora sorgeva un secondo cespuglio accanto al primo.
I suoi fiori erano bianchi, venati d’oro. Elias si era unito per sempre a Mhiala, trasformato anch’egli in pianta. Epilogo Ancora oggi, nelle colline della Sardegna, se si trovano fianco a fianco due cespugli di cisto – uno dai fiori rosa spiegazzati, l’altro dai petali bianchi e lucenti – c’è chi sussurra: sono Mhiala ed Elias. Due amanti divisi in vita, uniti per sempre dalla stessa linfa.


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