🎨Il mio primo studio era un pianerottolo
🎨Il mio primo studio era un pianerottolo
Il mio primo studio non aveva porte, né pareti. Solo una finestra cieca e qualche metro di pavimento tra l’ascensore e il portone dell’ultimo appartamento. Era il pianerottolo del settimo piano, in cima al condominio dove abitavo.
Lì, tra la ringhiera e il muro, poggiavo la tavola da disegno o la tela, con una sedia pieghevole, un barattolo di trementina e una cassetta piena di tubetti. Il sole batteva forte solo per poche ore, poi il colore diventava freddo e il pavimento odorava di solvente.
All’inizio nessuno diceva nulla. Gli altri inquilini salivano e scendevano, lanciavano uno sguardo, a volte un sorriso. Finché un giorno, l’inquilino dell’ultimo piano mi chiamò da dietro la porta. La voce arrivò filtrata dal legno:
“Signor Pisu, i miei bambini non sopportano l’odore della trementina, forse può andare a dipingere in cantina.”
Non c’erano alternative: chiusi il barattolo, ripiegai la sedia, e portai i pennelli da un’altra parte.
Fu allora che, facendo di necessità virtù, nacque la mia passione per la pittura en plein air e cominciai a vagare nella vasta pianura di Vercelli.
Ma da allora, ogni volta che sento quel profumo denso e pungente, torno lì — su quel pianerottolo in cima al mondo — dove per la prima volta, davvero, mi sentii artista.
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