🎨 Quando la pioggia mi fece artista

🎨Quando la pioggia mi fece artista

Era autunno, a Vercelli. Il locale scelto per la mia prima mostra era il corpo stanco di un vecchio cinema, già in fase di demolizione. Una delle pareti mancava del tutto; a coprirla, tesa come una pelle ruvida, una tela fatta di sacchi — recuperati da un mulino artigianale.

La luce interna era incerta, quasi timida, e scivolava a fatica tra i bordi irregolari delle opere appese. Fuori, il cielo era grigio fin dal mattino, e presto si arrese a un acquazzone torrenziale. In un primo momento mi preoccupai: la pioggia avrebbe tenuto lontano i visitatori.

Poi decisi di spillare il contenuto del barilotto di Cannonau che avevo fatto arrivare dalla Sardegna, spedito dai miei familiari apposta per l’occasione. Gli amici lo fecero circolare come un rito buono.

La pioggia, però, portò con sé qualcosa d’inaspettato. Alcuni passanti, attratti da quella luce fioca, da un profumo di vino e curiosità, entrarono a ripararsi. E rimasero. Si fermarono, si guardarono intorno, e poi cominciarono a guardare davvero. Le opere, le pareti, me.


Alcuni di loro, forse alla loro prima mostra d’arte, iniziarono a farmi domande. Io, ancora un po’ imbarazzato, tentai le prime contrattazioni. Non avevo mai pensato che qualcuno potesse voler comprare ciò che avevo messo dentro quelle tele.

Quando l’ora di chiusura arrivò, rimanevano poche opere appese. E neanche una goccia di Cannonau. 

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