Chiesa parrocchiale di Tertenia Ogni grande opera nasce dalla visione di qualcuno e dal lavoro di molti. Così fu anche per la nostra chiesa. Mentre la foto cattura un momento del cantiere, il pensiero va a chi, giorno dopo giorno, ha contribuito a trasformare quel sogno in realtà. C'erano gli scalpellini — ricordo ancora i nomi di due di loro — e c'era l’impresa che guidava i lavori. C'erano poi muratori, manovali, artigiani di Tertenia che, con pazienza e fatica, hanno innalzato muri, scolpito la pietra, plasmato forme che ancora oggi ci parlano. Su tutti vegliava Don Egidio Manca , il "prete artista", che non solo ispirava il progetto ma spesso saliva di persona sulle impalcature, con la sua tonaca impolverata di calce, a seguire ogni dettaglio. Questa foto è un omaggio a quei volti e a quelle mani che non sempre la storia ricorda per nome, ma che hanno lasciato traccia viva nel cuore della nostra comunità.
Nero di Gattinara Lo vedevo ogni giorno, seduto alla bottiglieria di fronte al mio studio di Omegna, sempre con il bicchiere in mano e il sigaro in bocca. Quando gli chiesi di posare fu lieto di accettare a una condizione, che avremmo bevuto un bicchiere insieme. Non ci pensai due volte e messo il cavalletto in strada buttai giù uno schizzo a carboncino. Finita l'opera dovetti onorare il patto e ordinai all'oste una bottiglia di vino, “Nero di Gattinara, mi raccomando”, aggiunse il modello. Da allora il nome di quel vino lo associo a quell'amico che mi fece dimenticare di essere astemio.
Accadde quasi per caso. Un giorno arrivò in paese un uomo diverso, un maestro venuto da lontano. Non aveva la voce dura né lo sguardo severo. Sembrava che la sua mente fosse sempre altrove. Un pomeriggio ci chiese: "Sapete cos'è un corriere dello zar?" Io scossi la testa, incuriosito. Prese dalla borsa un libro consunto — Michele Strogoff. Ci propose di ascoltare la storia. Accettammo con riluttanza, ma bastarono poche pagine e la sua voce calma per rapirmi. Per la prima volta, non era scuola. Era un viaggio. E io lo stavo vivendo. Ogni sera tornavamo ad ascoltare. Quella fu la prima porta che si aprì. Il primo passo verso qualcosa di più grande. Fu grazie a quell’uomo che compresi che la cultura non è prigionia, ma libertà. Salvatore, quel maestro, lo fu di nome e di fatto e per molti di noi divenne un faro luminoso.
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